RADICI NEL MARE





RADICI NEL MARE


radici nel mare è un progetto che comprende una mostra collettiva inaugurata il 29 aprile al circolo della rosa di verona e una installazione chiamata sunu gaal per il congresso internazionale connesioni decoloniali, pratiche che ricreano convivenza di verona il 19, 20 e 21 maggio 2016.
entrambe le proposte si centrano sul recupero di memorie. tutti i materiali utilizzati sono di seconda mano: sono appartenuti a famigliari, amici o amiche o sono stati incontrati per strada e riutilizzati.


· SUNU GAAL installazione ·
19-21 maggio 2016
connesioni decoloniali, pratiche che ricreano convivenza, verona

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durante il periodo coloniale, quando i francesi chiesero alle popolazioni locali come si chiamasse il loro territorio, queste dissero “sunu gaal”, che in wolof significa “le nostre piroghe”. il nome del senegal deriva dalla deformazione di questa espressione.

sulle fiancate delle piroghe spesso vengono scritti dei nomi o delle frasi di protezione.
noi pensavamo di scrivere su un lato della piroga “sunu gaal” per fare conoscere la storia di questo nome e di questo paese.

mamadou ci dice che bisogna aggiungere “de la teranga”, che in wolof significa “dell’ospitalità”, uno dei valori essenziali della cultura senegalese, e forse è proprio quello che manca nel posto dove sono arrivati.
mamadou è un ragazzo senegalese che vive a verona insieme a mansour, babacar, arouna e anto in un centro per rifugiati che si trova vicino al paratodos, il laboratorio autogestito dove abbiamo cucito insieme la piroga.

“wa keur serigne touba” in wolof significa “veniamo dalla casa di serigne touba” guida religiosa musulmana fondatore del muridismo, affinchè protegga la piroga.

la realizzazione della piroga è la trasformazione gioiosa di un viaggio drammatico spinto da drammatiche motivazioni, una di queste la pesca massiva nelle acque senegalesi da parte dei pescherecci delle multinazionali straniere.
di questo ne abbiamo parlato a valencia con i baye fall con cui viviamo.
mentre cucivamo al paratodos abbiamo letto in un articolo che un peschereccio europeo pesca in un giorno tanto pesce quanto 56 piroghe in un anno.

mamadou tra le frasi che abbiamo trovato decide questa: “i pescherecci europei sono autorizzati a depredare il nostro mare”. mentre cuciamo mansour ci racconta: “in libia, prima di salire sulla barca, sono stato 3 giorni senza mangiare, perché tutti dovevamo essere più leggeri”. mamadou aggiunge: “la barca con cui sono arrivato io era lunga 7 metri, eravamo 127 persone e siamo rimasti 2 giorni in acque internazionali”.

le piroghe sono fatte di legno, questa è morbida e fatta di vestiti da donna di seconda mano. le radici nel mare servono a sostenerla ai lati. il suo fondo è pieno d’acqua. l’ultimo giorno ci siamo accorti che mancava il timone. mentre tagliavamo dei pantaloni abbiamo trovato un’etichetta con su scritto “non riesco ad orientarmi sono troppo occidentale”, poi l’abbiamo ricucita nel rosso sangue del mare.

ringraziamo la onlus yermandem e i lions per il sostegno económico, ringraziamo lo spazio autogestito paratodos, i due giorgio, lessen, alberto e i falegnami resistenti per lo spazio che ci hanno concesso e per come ci hanno accolto e aiutato; sherifo per averci offerto la sua professionalità; i ragazzi gambiani e senegalesi da poco arrivati a verona; rachele, arianna, grazia, graziella, paola, antonella, antonio, matilde, rosanna, mariateresa e sara, warmi, rosa e odette, per averci accompagnato durante la realizzazione, ringraziamo tutte le persone che si sono impegnate per la raccolta dei vestiti e tutti i nomi che stiamo dimenticando. dicko per sostenerci e aiutarci costantemente, baye e tutti i baye fall che ci sono vicini durante la vita.



RAÍCES EN EL MAR


· SUNU GAAL instalacción ·
19-21 mayo 2016
connesioni decoloniali, pratiche che ricreano convivenza, verona


· exposición colectiva ·
29 abril 2016
circolo della rosa, verona


raíces en el mar es un proyecto que incluye una exposición colectiva inaugurada el 29 de abril en el circolo de la rosa de verona y una instalación llamada sunu gaal para el congreso internacional connesioni decoloniali, pratiche che ricreano convivenza en la universidad de verona el 19, 20 y 21 de mayo 2016.
ambas propuestas se centran en la recuperación de memorias. todos los materiales utilizados son de segunda mano: han pertenecido a familiares, amigos y amigas o han sido encontrados por la calle y reutilizados.

SUNU GAAL


durante la época colonial, cuando los franceses preguntaron a las poblaciones locales como se llamaba su territorio, éstas dijeron “sunu gaal”, que en wolof significa “nuestras piraguas”. el nombre del senegal viene de la deformación de esta expresión.

a los lados de las piraguas a menudo vienen escritos nombres o frases de protección. nosotras pensábamos escribir en un lado “sunu gaal”, para dar a conocer la historia de este nombre y de este país.

mamadou nos dice que hay que añadir “de la teranga”, que en wolof significa “de la hospitalidad”, uno de los valores esenciales de la cultura senegalesa, y quizá sea justo aquello que falta en el lugar al que acaban de llegar.
mamadou es un chico senegalés que vive en verona junto a mansour, babacar, arouna y anto en un centro para refugiados cerca del paratodos, el laboratorio autogestionado donde entre todos cosimos la piragua.

“wa keur serigne touba” en wolof significa “venimos de la casa de serigne touba” guía religioso musulman fundador del muridismo, para que proteja la piragua.

la realización de la piragua es la transformación feliz de un viaje dramático empujado por motivaciones dramáticas.
una de estas motivaciones es la pesca masiva en las agua senegalesas por parte de los barcos de pesca de las multinacionales extranjeras.
hablamos de esto con los baye fall con los que vivimos en valencia.
mientras cosíamos en el paratodos leímos en un articulo que un pesquero europeo pesca en un año tanto pescado como 56 piraguas senegalesas en un año.

mamadou, entre las frases que encontramos decidió esta: “los pesqueros europeos están autorizados a saquear nuestro mar”. mientras cosíamos mansour nos cuenta: “en libia, antes de subir al barco, me quedé 3 días sin comer, porque todos teníamos que estar mas ligeros”. mamadou añade: “el barco con el que llegué tenía 7 metros de largo, habíamos 127 personas, y nos quedamos 2 dias en aguas internacionales”.

las piraguas están hechas de madera, ésta es suave y está hecha de ropa de mujer de segunda mano. las raíces en el mar sirven para sostenerla de sus lados y la cubierta está llena de agua. el último día nos dimos cuenta que faltaba el timón. mientras cortábamos la ropa, encontramos una etiqueta con la frase “no consigo orientarme soy demasiado occidental” pegada en la bragueta de unos pantalones, la ultima cosa que hicimos fue coser esa etiqueta en el rojo sangre del mar.

agradecemos a la onlus yermandem y a los lions por el apoyo económico, agradecemos al espacio autogestionado paratodos, a los dos giorgio, lessen, alberto y a los resistentes carpinteros por el espacio que nos han cedido y por como nos acogieron y ayudaron; a sherifo por habernos ofrecido su profesionalidad; a los chicos gambianos y senegaleses recién llegados a verona; a rachele, arianna, grazia, graziella, paola, antonella, antonio, matilde, rosanna, mariateresa y sara, warmi, rosa y odette por habernos acompañado durante la realización; agradecemos a todas las personas que se implicaron en la recogida de ropa y gracias a todos los nombres que estamos olvidando. a dicko por apoyarnos y ayudarnos constantemente, a baye y a todos los baye fall que nos están cerca durante la vida.


· esposizione collettiva ·
29 aprile 2016
circolo della rosa, verona